Da Parigi – Non è solo una questione di risultati, ma di identità. Mattia Bellucci arriva al Roland Garros e si presenta alla sfida contro Quentin Halys con qualcosa in più rispetto al passato: una direzione chiara, costruita giorno dopo giorno, tra lavoro e consapevolezza. “Apprezzo molto, sono entusiasta di essere qui, sono felice del lavoro che ho fatto negli ultimi giorni. Roma mi ha lasciato buone sensazioni e un grande lavoro.”
Il passaggio nella Capitale ha lasciato tracce evidenti, soprattutto nella fiducia: “Credo che stiamo andando su una linea molto positiva. So che domani ci sarà un grande pubblico, anche se non su un campo principale.” E l’atmosfera non sembra spaventarlo, anzi: “No, ci sarà un pubblico molto caloroso. Mi aspetto tanta gente. Mi aspetto molta confusione e tanto entusiasmo. Mi deverte.”
Poi il campo, che resta sempre il giudice più severo: “Giocherò contro un avversario molto pericoloso (Halys, ndr). Giocherò contro un giocatore ‘sporco’, fa molto male e quindi vediamo un po’ quale sarà la chiave della partita di domani, però insomma so che lui quando è in giornata può essere veramente pericoloso e quindi devo entrare molto attento.”
La chiave, però, è soprattutto interna. È lì che Bellucci sta lavorando di più: “Il mio obiettivo nella partita di domani specialmente, sono in un momento positivo in cui sto cercando intraprendenza in campo, ma so che giocherò contro un avversario altrettanto intraprendente e quindi per me riuscire a trovare un buon equilibrio tra intraprendenza e solidità domani penso che sia la chiave per essere soddisfatto io e magari anche per ottenere un buon risultato e quindi io penso una partita per volta, quella di domani è una partita complicata come tutte quelle del tabellone, però trovare un po’ questo equilibrio è il mio obiettivo principale.”
Un equilibrio che parte da lontano, da un percorso fatto anche di cambiamenti profondi: “Allora diciamo che fino a 19-20 anni ero sempre particolarmente estroverso in campo, sempre molto creativo, poi ho intrapreso anche un po’ la strada della solidità che penso che sia quella che dici tu, dei bombardieri, ma comunque diciamo che per me appunto trovare questo equilibrio e trovare questo, non dico compromesso, ma questa linea tra l’essere creativo ma allo stesso tempo essere efficace con i punti di forza ma riuscire a portare la partita magari anche per le lunghe, giocare tanti scambi per ottenere appunto magari fare passi in avanti, andare in zone più creative di campo, è un po’ quello che sto cercando di fare.”
E non è stato sempre semplice: “Ho attraversato momenti in cui cercavo tanta solidità e quando andavo nella zona creativa mi sentivo un po’ a disagio rispetto ai miei standard, ora sono in un momento in cui sto cercando di trovare un po’ un equilibrio tra le due cose e credo di starlo facendo bene, forse in questo momento ho spostato un po’ di più verso l’aggressività per poi ribilanciarmi su qualcosa di un equilibrio un po’ più consapevole.”
Roma, in questo senso, è stata una svolta anche sulla terra: “Sì, sì, assolutamente, la consapevolezza di poter mettere in campo questo mio gioco anche intraprendente e vedere che contro due giocatori come Etcheverry e Burruchaga, che sono due ottimi giocatori su questa superficie, aver avuto un esito positivo, aver vinto quelle partite comunque mi ha dato una conferma.”
Ma anche una lezione: “Allo stesso tempo c’è stata la partita con Landaluce e difficoltà comunque sia all’interno della partita con Burruchaga che quella con Etcheverry, che mi fanno capire che quando anche gli avversari sono aggressivi devo trovare un po’ quella linea che mi permetta di non perdere quella che è la mia estrosità ma allo stesso tempo non diventare passivo. Però assolutamente Roma è stata una cosa che mi ha un po’ tolto il tabù della terra e mi ha anche fatto esprimere in maniera positiva.”
Il cambiamento più evidente, però, è nella testa: “È cambiato, assolutamente è cambiato, mi sento più parte di questo livello e quando ti senti più parte di un livello hai anche la possibilità di guardare avanti e di dire non mi guardo dietro per quelli che potrebbero superarmi oppure mi sento scomodo qui ma cerco di andare a scardinare un po’ quelli che sono davanti a me.”
E con questa nuova consapevolezza arriva anche un’ambizione diversa: “In questo momento mi sento più tranquillo a questo livello, so che ovviamente per rimanere qui devo lavorare sodo, però la cosa che faccio è cercare di lavorare per stare più in alto, perché qualsiasi cosa vada male per avere un po’ un paracadute e sapere che a questo livello io ci posso rimanere, però sono consapevole del percorso fatto, so che stiamo lavorando nel modo giusto con ovviamente spesso degli aggiustamenti che vanno fatti, però sto guardando in avanti e so che posso crescere ancora.”
Infine, anche i riferimenti raccontano il tipo di giocatore che vuole diventare: “Sì, i riferimenti possono essere Bublik, possono essere Moutet, ma anche delle volte quando penso a uno particolarmente aggressivo, in un po’ di tempo a questa parte mi viene in mente Griekspoor, sono riferimenti, penso ad Atmane perché mancino e perché è molto sbarazzino come modo di giocare, i riferimenti sono diversi, penso di essere un po’ diverso da tanti giocatori che ho citato, ovviamente ciascuno ha le proprie caratteristiche, penso di avere dalla mia che mi muovo molto bene, quindi magari la parte difensiva la posso fare bene e quindi avendo lavorato tanto sulla componente fisica da quella parte mi sento più abile magari rispetto ad altri, invece sulla parte creativa sento che posso fare dei grossi passi in avanti.”
Un’identità in costruzione, dunque. Ma con fondamenta sempre più solide. E a Parigi, dove ogni dettaglio pesa, questo può fare tutta la differenza.

















