Da Parigi – Dietro la qualificazione di Andrea Pellegrino al tabellone principale del Roland Garros c’è un percorso costruito nel tempo, fatto di crescita tecnica, mentale e di un lavoro condiviso dal team. Ne parliamo con Andrea Trono e Tommaso Mannarini, che sono i coach di Mannarino.
“Io penso che questo percorso comincia già dallo scorso anno, ha fatto già buonissimi risultati sia al Challenger di Perugia sia a Estoril, entrambi accompagnato dal maestro Tommaso e quindi nulla, ha preso secondo me un po’ più di consapevolezza, percorso già cominciato precedentemente, ha preso consapevolezza soprattutto dei suoi mezzi, anche dal punto di vista mentale. Ha cominciato a crederci gradualmente, sempre più e quindi io penso che questo è, spero, l’inizio però di un percorso già cominciato un bel po’ di mesi fa.”
Il contesto italiano ha avuto un peso importante nella sua evoluzione:
“Io penso che innanzitutto avere tanti italiani di buonissimo livello è merito sostanzialmente anche della Federazione, del Progetto Italia, di quello che ha fatto Michelangelo Dell’Edera negli anni e nei decenni, perché non è un caso che in questo momento siamo la federazione migliore al mondo anche nei simposi internazionali per la didattica, insegnamento eccetera eccetera. Questo si vede dai risultati degli italiani.”
E proprio il confronto continuo ha acceso qualcosa in più:
“Sicuramente Andrea, il fatto di vedere tanti compagni con cui ha battagliato anche nel periodo dei Challenger comunque gradualmente hanno cominciato a emergere, secondo me gli ha messo quella consapevolezza, anche lui quella voglia, quell’entusiasmo di provarci e di credere un po’ più a se stesso.”
Poi l’aspetto emotivo, esploso dopo il match point decisivo:
“Sì, a livello emotivo per tutti. Noi siamo un team, crediamo tanto in questo e dividiamo le settimane io (Trono, ndr) e Tommaso (Mannarini, ndr) come allenatori e non lasciamo mai solo Andrea. Condividiamo sul campo, condividiamo le trasferte anche con il nostro preparatore atletico.”
Un percorso che arriva da lontano, anche da Roma:
“Veniamo comunque da Roma, che già è stato un torneo ricco di entusiasmo da parte del ragazzo, ricco anche di dispendio psicofisico e secondo me siamo arrivati qui un po’ con gli occhi puntati.”
E la pressione non è mancata:
“Andrea comunque ha avuto sì un buon tabellone, però c’è solo da dimostrare, non è facile anche l’ultimo turno, un derby, la pressione, il fatto che comunque sai di avere la chance per entrare per la prima volta nel main draw di un grande Slam.”
La gestione emotiva è stata decisiva:
“Lui secondo me è riuscito a gestire bene le emozioni però poi ha avuto un crollo dettato anche dalla felicità, dal dispendio psicofisico. La verità è stato un crollo piacevole per tutti, perché dietro questo successo ci sono tanti sacrifici da parte nostra, da parte sua.”
E quell’abbraccio dice tutto:
“C’è tanto volere sia come team sia come giocatore di arrivare, di entrare in questo palcoscenico. Quell’abbraccio è un anno e mezzo di lavoro, un anno e mezzo di tanto sacrificio e secondo me c’era un po’ tutto in quell’abbraccio.”
Ora il destino mette subito davanti Flavio Cobolli:
“Le combinazioni della vita ci hanno dato la possibilità di giocare questo derby al primo turno. È un derby importante con Flavio, siamo comunque tutti amici e sono sempre partite difficili dal punto di vista emotivo e quindi secondo me sarà quella la chiave della partita: chi gestirà meglio le emozioni.”
Dal punto di vista tecnico, la base resta la terra:
“Sicuramente la terra, perché storicamente è quella superficie dove lui ha avuto i migliori risultati, ma secondo me è uno che può far bene anche sul veloce, però anche lì ci vuole un percorso di convinzione e di automatizzare determinate cose, che è un po’ più lungo e ci vuole un po’ più di adattamento.”
E non manca il sostegno del gruppo italiano:
“La cosa bella nel maschile, soprattutto degli italiani, è che c’è questo aiutarsi, spingersi reciprocamente. Anche chi sa fare il tifo, anche chi sta sopra per i ragazzi che stanno sotto, perché chi sta sopra ha vissuto quel percorso e quindi spinge quelli che stanno sotto a salire.”
Infine, l’inizio del progetto:
“Io andai sinceramente in un circolo di un mio amico a Conversano, dal maestro Lovascio, e scherzando si parlava di Pellegrino. Io dicevo sempre che mi sarebbe piaciuto allenarlo perché vedevo tanto potenziale in lui, credevo in lui e pensavo che aggiustando qualcosa dal punto di vista tecnico e aiutandolo dal punto di vista mentale ce la potesse fare.”
La chiamata che cambia tutto:
“Dopo qualche giorno ho ricevuto la chiamata del padre, un anno e mezzo fa, che mi disse che secondo lui potevo essere la soluzione migliore anche per avvicinare Andrea a casa. È nato così il nostro rapporto.”
La costruzione del team:
“Ho creato subito un team intorno a lui composto da me, Tommaso Mandarini e il preparatore atletico. È venuto a Lecce, abbiamo provato un mesetto e ci siamo trovati bene entrambi. Da lì è nato il nostro rapporto.”
E la prima vera svolta:
“È stato un torneo in Portogallo dove siamo partiti partita dopo partita a vedere cosa veniva fuori. Lui era sorpreso, ma non del livello di gioco, più che altro dei risultati. Si è trovato dalle qualificazioni in finale dopo sette giorni con una normalità dal punto di vista del gioco ma un’assurdità dal punto di vista dei risultati.”
Una settimana chiave:
“Quella gli ha dato consapevolezza e se l’è portata nei mesi successivi, anche con la vittoria di Perugia, dove ha vinto altre partite di livello.”


















