Linda Noskova è la nuova campionessa di Wimbledon. La ventunenne ceca ha superato Karolina Muchova in tre set conquistando il primo titolo del Grande Slam della carriera. In conferenza stampa ha raccontato le emozioni della finale, il momento più difficile dopo i match point mancati nel secondo set e il dialogo interiore che le ha permesso di ripartire. “Guardavo il trofeo e mi sono detta che avrei preso quello grande”, ha rivelato, spiegando come quella convinzione abbia cambiato la finale.
Domanda: Linda, hai già realizzato quello che hai fatto?
«No, per niente. Mi sembra che siano passati solo pochi minuti da quando sono uscita dal campo. È qualcosa che ricorderò per tutta la vita, ma credo che mi serviranno ancora alcuni giorni per rendermi davvero conto di quello che è successo.»
Domanda: Nel secondo set hai avuto diversi championship point, ma Muchova li ha annullati tutti. Cosa ti passava per la testa? Ti stavi facendo prendere dal panico?
«Nel secondo set è stato davvero difficile. A un certo punto la mano si è quasi bloccata e i piedi non erano più rapidi come all’inizio della partita. Però preferisco concentrarmi sugli aspetti positivi. Sull’ultimo match point non mi ero nemmeno resa conto di averne uno a disposizione. Ho continuato semplicemente a giocare ed è stata proprio questa la cosa che mi ha fatto vincere, perché non mi sono messa quella pressione nella testa.»
Domanda: Cosa hai provato quando hai capito di aver vinto?
«È stato come liberarmi di tutto il peso che avevo addosso. Tutto lo stress, tutti quei pensieri continui sul fatto di riuscire o meno a vincere, sul 5-3, sul dubbio se sarei riuscita a tenere il servizio. Erano momenti complicati, ma sono felicissima di esserci riuscita al primo tentativo nel terzo set.»
Domanda: Dopo aver perso il secondo set come sei riuscita a resettare?
«Mi sono detta che la partita stava semplicemente ricominciando da zero. Sono andata in bagno, mi sono buttata dell’acqua fredda addosso e ho cercato di ripartire. Ma la cosa che mi ha aiutata davvero è stata un’altra. Appena sono uscita dal campo ho visto i trofei e mi sono detta: “Io non prendo quello piccolo, prendo quello grande”. Ero arrivata così vicina che pensavo sarebbe stato il più grande rimpianto della mia vita. Ho ricominciato da lì. Credo che il momento decisivo sia stato il primo game del terzo set, quando ho tenuto il servizio.»*
Domanda: Ti hanno vista guardare proprio il trofeo. Ti ha aiutata?
«Sì. Guardavo quello grande e continuavo a ripetermi: “Porto a casa questo, a qualsiasi costo. Anche se dovessi lasciare l’anima in campo nel terzo set”. Da quel momento ho ricominciato a concentrarmi soltanto su me stessa ed è stata la chiave della partita.»
Domanda: Quanto è stato importante salvare il primo game del terzo set?
«Credo di poter dire che il terzo set sarebbe stato completamente diverso se avessi perso quel game. Nel secondo avevo appena incassato cinque giochi consecutivi, quindi era fondamentale ripartire bene. Karolina ha avuto delle occasioni sul mio servizio, ma sono riuscita a restare calma e a giocare più o meno come nel primo set.»
Domanda: Dopo il secondo set il pubblico era in delirio e ti sei coperta le orecchie. Cosa stava succedendo?
«Il pubblico faceva tantissimo rumore e quei momenti arrivavano proprio dopo i game che avevo perso. Avevo bisogno di stare qualche istante da sola. A un certo punto mi sono coperta la testa con l’asciugamano. È stato un consiglio del mio allenatore la sera prima: “Se hai bisogno di un momento tutto tuo, prenditelo. Esci mentalmente dal campo oppure isolati per qualche secondo.” Non so dire se mi abbia aiutata davvero, ma mi è servito per allontanarmi da tutto quel rumore.»
Domanda: Dopo il deludente Roland Garros, cosa significa vincere Wimbledon?
«Significa tantissimo. Mi conferma che, se resto concentrata su me stessa, se mi diverto in campo, se credo di poter vincere e penso soltanto a un punto alla volta, posso conquistare un torneo come questo. Con il mio tennis non sai mai cosa aspettarti, però in queste settimane mi sono sentita davvero bene e si è visto.»
Domanda: Sei partita fortissimo nonostante fosse la tua prima finale Slam. Come ci sei riuscita?
«Non lo so nemmeno io. Ho cercato di riprodurre le sensazioni che avevo avuto nei turni precedenti. Non ero stata particolarmente nervosa nelle altre partite e ho seguito tutte le mie abitudini. Oggi però era diverso. Una finale è sempre una finale. Per quanto tu provi a convincerti che sia una partita come le altre, dentro di te sai perfettamente quanto sia importante. Direi che il piano ha funzionato per il 99% dell’incontro. Poi ci sono stati quei momenti in cui mi sono bloccata e siamo finite al terzo set. Ma è stata probabilmente la vittoria più importante della mia vita.»
Domanda: È stato difficile affrontare una tua amica come Karolina Muchova?
«Per me non è mai facile affrontare un’amica. Sul circuito ne ho alcune e ogni volta è complicato. Questa volta abbiamo deciso di mantenere un po’ le distanze: ci siamo salutate prima della partita e basta. Credo che questo mi abbia aiutata. Conosco bene il suo tennis, è una giocatrice difficile da affrontare su qualsiasi superficie. Spero che restiamo comunque amiche (sorride).»
Domanda: Forse avresti preferito vincere 6-2 6-2…
«Assolutamente sì» (ride).
Domanda: Però vincere così, dopo tante difficoltà, rende tutto ancora più speciale?
«Non lo so. Forse sarebbe stato meglio risparmiare tutto questo stress agli spettatori, al mio team e anche a me stessa. Però aver dovuto lottare così tanto, passando attraverso tutti questi alti e bassi, rende questa vittoria ancora più significativa. Da questa partita, comunque, ho ancora tantissimo da imparare.»
Domanda: Avevate preparato anche uno scenario del genere con il tuo allenatore?
«No. Di certo non avevamo immaginato una situazione in cui mi sarei trovata avanti di quattro o cinque match point e poi costretta a ricominciare tutto da capo nel terzo set. Credo che nessuno avrebbe potuto prepararmi a una situazione del genere. Ero da sola in campo con me stessa. Mi ripetevo soltanto: “Se perdi sarà una tua sconfitta, se vinci sarà una tua vittoria”. Durante quei match point pensavo a tante cose. Mi dicevo: “È arrivato il momento, rimetti semplicemente la palla in campo e andrà tutto bene.” Ma Karolina è una grandissima combattente e contro di lei non puoi mai sentirti al sicuro. Il mio allenatore, però, mi ha aiutata tantissimo, non solo ieri sera, ma in tutti questi sei o sette anni insieme. Ho sentito il sostegno del mio team e credo che sia stato proprio l’insieme di tutte queste cose ad aiutarmi a vincere.»

















