Laver Cup, il futuro del tennis è a squadre?

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Laver Cup

L’eco mediatica e il successo di pubblico della Laver Cup 2019, terminata con la terza vittoria consecutiva del Team Europe su altrettante edizioni, fa sorgere un interrogativo potenzialmente esplosivo: il futuro del tennis può essere la competizione a squadre?

Non c’è dubbio che il torneo/esibizione ideato da Roger Federer e sponsorizzato a suon di milioni da prestigiosissimi marchi vicini allo stesso svizzero, stia riscuotendo approvazioni unanimi, tanto dai partecipanti quanto dal pubblico; la grancassa mediatica e la presenza dei due giocatori più idolatrati del globo hanno certo contribuito in maniera determinante al fatto che l’attenzione dei tennisofili fosse esclusivamente catalizzata a Ginevra, tanto da far scivolare nell’indifferenza i successi a Metz di Jo-Wilfried Tsonga (quarto titolo per Cassius-Jo nella Lorena e il secondo stagionale dopo l’altro agguantato a febbraio sempre in casa, a Montpellier) e a San Pietroburgo di Daniil Medvedev (quarto titolo stagionale e quinta finale consecutiva per il russo).

Proprio Roger e Rafa hanno recitato il ruolo delle star, con siparietti fuori dal campo, coaching a terzi (diventato virale quello a Fognini) e pure di tra di loro (il maiorchino che consiglia a Roger di giocare scambi sotto i cinque colpi); è saltato l’atteso doppio “Fedal” ma tutti erano felici e contenti, con i componenti delle panchine scatenati come ultras allo stadio.

Entusiasmo sincero o accurata recita costruita dai generosissimi cachet che i giocatori hanno percepito? Probabilmente la verità sta nel mezzo. L’atmosfera cameratesca dei Team è di sicuro una boccata fresca per questi ragazzi/uomini abituati da una vita alla “solitudine” sportiva e a ciò aggiungiamoci la naturale tendenza degli anglofoni a fare gruppo tra di loro, secondo una certa supposta superiorità culturale. Rimane la granitica certezza che tutti –in particolare quei due…-hanno la competizione nel sangue e non ci stanno a perdere neanche a rubamazzo.

Dall’altra parte, i risultati si sono incastrati quasi sospettosamente alla perfezione per un finale thrilling e alla lunga le esultanze scatenate di Kyrgios & company sono risultate un po’ stucchevoli. John Isner alla fine ha parlato di “agonia della sconfitta”, usando termini decisamente iperbolici. Chi perde nello Slam se ne va a casa triste e infuriato, qui chi perde mette il broncio per dieci minuti e poi torna a far caciara. E bisognerebbe chiedere allo stesso Isner se sarebbe disposto a barattare il suo unico Master 1000 in carriera (Miami 2018) in cambio di una vittoria alla Laver Cup. Siamo sicuri di no, così come siamo sicuri che Nadal non baratterebbe neanche il 250 di Buenos Aires vinto nel 2015, per il semplice fatto che uno è un vero torneo e l’altro no.

Con una mossa discutibilissima – e anche qui il peso di Federer e la pecunia devono aver contato eccome – l’Atp ha accettato di tenere conto dei risultati della Laver Cup nelle loro statistiche ufficiali, il che fa presumere che in un futuro non tanto prossimo questa competizione possa guadagnarsi i crismi di un torneo vero e proprio.

E da qui torniamo alla domanda del principio: il futuro del tennis può essere la competizione a squadre?

É vero che il pubblico tende ad affezionarsi di più ad una squadra (soprattutto se c’è un qualche tipo di affinità, tipicamente la provenienza geografica) che agli atleti singoli. Si sente emotivamente più coinvolto e se il loro giocatore preferito perde, hanno ancora il resto della squadra da seguire.

La componente “spettacolare” è di sicuro più accentuata, anche grazie al formato decisamente snello di punteggio (il super tie-break anziché il terzo set) e ai componenti delle panchine pronti a sostenere i compagni di squadra con zompi e urla.

E’ vero che lo stesso giocatore (parlando in linea generale, poi ognuno ha il suo carattere) sarebbe felice di provare una maggiore condivisione sia nel bene che nel male: la pressione, la vittoria, la sconfitta, l’infortunio, eccetera. É anche vero però che la Laver Cup si gioca tre giorni all’anno, e che difficilmente il tennista medio, per definizione e per forza di cose molto ego-riferito, possa reggere ad una vita di squadra per un periodo più lungo.

Il problema principale però rimarrebbe quello logistico. La divisione Europa / Resto del Mondo può reggere per un solo evento e per una ventina di giocatori, ma è impossibile pensare che possa valere in senso più ampio. Quindi le squadre chi e come le formerebbe? Ci saranno franchigie finanziate da sponsor o investitori? E come si formano le squadre, a sorteggio oppure ci sarebbe una sorta di “mercato” di tennisti? Prenderebbero uno stipendio fisso come i calciatori oppure sulla base dei risultati? E siamo sicuri che allora quell’istintivo cameratismo visto in questi giorni sgorgherebbe ancora gioioso oppure ci sarà il giocatore che penserà piuttosto al suo portafoglio o che se la prende con il compagno perché non abbastanza bravo oppure perché preferito dal capitano? Non dimentichiamoci che si comincia a parlare di soldi e di traguardi personali, gli atleti si fanno molto più seri e spietati.

Un futuro costellato da competizioni a squadre sembra quindi un anelito più figlio del momento di entusiasmo, che un ipotesi credibile.


 

Di Daniele Rossi – foto Laver Cup