Wimbledon, Berrettini: “Mi sono appassionato a questo sport come mai prima”. L’azzurro racconta il momento della sua carriera

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atp stoccarda 2022 matteo berrettini
©theweissenhof

Matteo Berrettini arriva a Wimbledon con la consapevolezza di aver ritrovato continuità e serenità dopo mesi difficili. Il finalista del 2021 ha raccontato come ha affrontato l’ultimo infortunio, il lavoro svolto con lo psicologo dello sport e il momento della sua carriera, spiegando di sentirsi oggi più maturo, più innamorato del tennis e pronto a competere ai massimi livelli.

D: Come hai gestito mentalmente il ritiro di Parigi? Hai mai pensato che potesse essere un altro duro colpo?

Matteo Berrettini: “La prima cosa che mi ha aiutato è stata essere realista. Mi succede da quando avevo dodici anni e il modo in cui ho sempre affrontato il tennis è stato quello di dare tutto me stesso, sempre. È uno dei motivi per cui sono arrivato dove sono oggi.

Allo stesso tempo, però, bisogna distinguere i diversi tipi di infortunio. Quello che è successo a Parigi è arrivato dopo cinque partite giocate a un livello molto alto, dopo tantissime ore trascorse in campo. Era tanto tempo che non giocavo così tanto e il mio team mi ha subito detto di considerare anche questo aspetto, pensando a come avevamo preparato il torneo e a quanto avevo giocato nei mesi precedenti.

Per fortuna non era nulla di serio. Ogni infortunio è diverso e va affrontato in modo differente. Purtroppo tanti giocatori si fanno male, fanno il percorso di recupero e poi tornano a competere. Fa parte del nostro sport. La cosa più importante è rientrare quando sei davvero pronto, senza trascurare tutti gli altri aspetti del recupero.”

D: Ti affidi a uno psicologo dello sport o pratichi meditazione?

Matteo Berrettini: “Lavoro con uno psicologo dello sport da diversi anni. Prima ancora, quando avevo diciassette anni, collaboravo con un mental coach. Ho sempre creduto che la salute mentale fosse fondamentale.

Ogni fase della vita è diversa. All’inizio era quasi una figura di riferimento, qualcuno che mi aiutava a gestire la scuola, il rapporto con i miei genitori e a trovare un equilibrio che mi permettesse anche di divertirmi e di vivere la mia età.

Con il passare degli anni il lavoro è cambiato, ma è sempre stato importantissimo. Noi siamo molto più che semplici tennisti e avere persone che ti aiutano a ricordartelo è fondamentale.

Allo stesso tempo devo dire che anche le persone che mi stanno accanto ogni giorno – gli allenatori, il preparatore atletico, la mia famiglia – hanno un ruolo enorme. Tutti cercano di creare il miglior ambiente possibile, soprattutto nelle settimane delicate come quelle che precedono un torneo importante.”

D: È stata una stagione fatta di tanti alti e bassi. Quanto sei orgoglioso del modo in cui hai reagito?

Matteo Berrettini: “È stata davvero una montagna russa. Non giocare gli Australian Open è stato molto difficile, perché mi sentivo bene e avevo voglia di essere lì. Dal punto di vista mentale non è stato semplice, perché il pensiero non era soltanto l’infortunio di Parigi, ma anche la paura che potesse succedere di nuovo.

Riuscire a superare quella sensazione è stato fondamentale. Il lavoro fatto nei mesi precedenti e i buoni risultati ottenuti a Parigi mi hanno dato la fiducia necessaria per affrontare tutto questo.

Sono molto orgoglioso del lavoro che sto facendo e anche di quello che tutto il mio team fa per me ogni giorno. Mi aiutano a gestire le energie, perché non è possibile avere sempre la stessa intensità emotiva. Ci sono giorni in cui hai bisogno di essere spinto e altri in cui devi essere frenato. Avere persone che sanno leggere questi momenti è davvero importante.”

D: Hai detto che esistono diverse fasi nella carriera di un tennista. In quale ti senti oggi e quali sono le tue ambizioni?

Matteo Berrettini: “Credo di essere in una fase della mia carriera in cui, dal punto di vista tennistico, mi sento molto maturo. Riesco a riconoscere quello che succede durante le partite e durante gli allenamenti e mi sorprendo meno rispetto a quello che accade nel circuito e ai risultati. Non perché sia più bravo degli altri, ma semplicemente perché ormai sono tanti anni che sono nel Tour.

Allo stesso tempo ho capito che oggi mi alleno divertendomi e che mi sono appassionato a questo sport come mai prima. Anni fa c’era soprattutto il desiderio di arrivare il più in alto possibile. Oggi, invece, ho capito che vivere il tennis in un certo modo mi fa stare bene, mi rende pieno e mi fa sentire vivo.

È proprio questo che mi aiuta a superare i momenti difficili. Mi aggrappo all’amore che provo per questo sport e non soltanto al risultato.”

D: Era da qualche anno che non arrivavi a Wimbledon con questa combinazione di condizione fisica e mentale. Hai ambizioni diverse rispetto al passato?

Matteo Berrettini: “L’ambizione credo che non venga mai meno. Anche nei momenti più complicati ho sempre pensato di poter fare bene. Mi viene in mente Wimbledon 2023, quando praticamente non mi ero allenato e sono comunque riuscito ad arrivare al quarto turno. Ancora oggi nella mia testa c’è sempre la convinzione di poter disputare un grande torneo, come è successo anche a Parigi: arrivavo da un periodo difficile e poi sono riuscito a tirare fuori un risultato importante.

Allo stesso tempo so che questo sport ci ha dimostrato, negli ultimi mesi e negli ultimi anni, che ogni partita è una battaglia. Se ripenso a Parigi, ci sono stati momenti in cui sarei potuto andare sotto di un set e di un break oppure la partita avrebbe potuto prendere una direzione completamente diversa. Ogni punto è difficile e ogni incontro può cambiare in qualsiasi momento.

Quello che posso dire è che sono davvero felice di come sto, di come mi sto allenando e di come sto affrontando questo torneo. Sono contento anche del primo turno che mi aspetta (Wawrinka, ndr): sarà una partita emozionante, su un campo molto importante per me e per il tennis in generale. Sono felice, e questa è la cosa più bella. Ma sono anche molto carico perché voglio fare bene.”

D: Come hai gestito questi giorni di allenamento, considerando che non hai giocato tornei di preparazione sull’erba?

Matteo Berrettini: “È chiaro che mi sarebbe piaciuto giocare un paio di tornei di avvicinamento, o almeno qualche partita in più. Allo stesso tempo ho la fortuna di adattarmi piuttosto velocemente all’erba. Dopo un paio di giorni riesco già a capire quale sia il modo giusto di giocare su questa superficie e mi adatto bene alle condizioni.

Mi aiutano anche i ricordi delle stagioni passate. Ti aggrappi a quello che ha funzionato negli anni precedenti, ritrovi sensazioni positive, ritrovi il servizio e sai che, se trovi il ritmo giusto, il tuo gioco può fare la differenza. Abbiamo sempre detto che il mio tennis si sposa bene con l’erba.

È importante giocare punti e provare a ricreare in allenamento le sensazioni della partita, anche se non è mai semplice. La cosa positiva degli Slam è che si gioca al meglio dei cinque set e questo ti permette anche di avere un inizio un po’ più lento. Mi è successo anche nei miei anni migliori. Ricordo, ad esempio, Wimbledon 2019, quando contro Aljaž Bedene mi sono trovato sotto di un set e di un break prima di trovare il ritmo.

Oggi sono più esperto e so anche come gestire queste situazioni. Mi sento pronto ad affrontarle.”

D: Se potessi parlare al Matteo che raggiunse la sua prima semifinale Slam a Wimbledon nel 2019, cosa gli diresti?

Matteo Berrettini: “Probabilmente gli direi di godersi un po’ di più certi momenti. È facile dirlo adesso, ma in questi sette anni mi sono ritrovato tante volte a dover concentrare tutte le mie energie su aspetti che non avrei mai voluto affrontare, come i recuperi dagli infortuni.

Quando sei fermo, lontano dal campo e dai tornei, il tempo sembra scorrere ancora più velocemente. Sei chiuso nel tuo mondo e pensi soltanto a tornare il prima possibile. È una sensazione che accelera ancora di più un mondo che già corre velocissimo.

Conoscendo il Matteo del 2019, credo che oggi sarei molto fiero di lui. Quella semifinale non è stata un episodio isolato: sono arrivati anche altri risultati importanti, la conferma che quel livello lo potevo raggiungere e che posso ancora esprimerlo.

Quando un giorno mi fermerò davvero e tirerò una riga, penso che sarò molto orgoglioso e soddisfatto di quello che avrò fatto.”

D: Ti senti vicino al cento per cento? E quando servi hai ancora qualche timore dopo gli infortuni?

Matteo Berrettini: “Secondo me il cento per cento lo scopri soltanto in partita. In allenamento puoi sentirti molto bene, ma niente ti mette alla prova come la competizione. È durante i match che capisci davvero a che punto sei.

Oggi sto bene e mi sento pronto a competere, che è la cosa più importante. Poi magari uno pensa di stare benissimo e, dopo la seconda partita, si sveglia completamente distrutto perché significa che non era ancora allenato abbastanza. Sarà il campo a dirmi davvero come sto, ma le sensazioni sono molto positive.

Per quanto riguarda l’addome, in passato ci sono stati momenti in cui, inconsciamente, magari sul 40-0 pensavo di non servire al massimo della velocità. Poi ho capito che questo approccio non funzionava, perché anche servendo in quel modo potevi comunque perdere due punti e ritrovarti nella stessa situazione.

Mi sono detto che dovevo arrivare al punto in cui, come è successo a Parigi, per cinque ore potessi servire a 220 chilometri orari senza alcun pensiero. Se non ci riesco, allora significa che c’è ancora qualcosa da risolvere. Oggi invece sento di essere completamente libero di servire come voglio.

È stato un percorso molto duro, perché dopo gli infortuni la testa tende sempre a proteggerti. Abbiamo fatto un lavoro enorme, anche perché il servizio è probabilmente la mia arma più importante. Quando non senti di poterla usare liberamente, ti senti inevitabilmente più debole. Oggi, invece, sono contento di essere arrivato al punto in cui mi fido completamente del mio corpo.”