L’umano antidivo che volle sfidare gli dei

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di Daniele Rossi

Andy Murray non è mai stato un dio, una leggenda, un’icona, una star. Andy è semplicemente un uomo, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti. E questa umanità l’ha mostrata ancora una volta nella conferenza stampa di ieri: ha abbandonato ancora prima di iniziare, poi è tornato e ci ha riprovato. Ha parlato a bassa voce, con gli occhi lucidi, il cappellino ben calcato sulla testa, usato quasi come uno scudo e alla fine è fuggito via. Non si è voluto dimostrare forte, non ha dissimulato il suo stato d’animo, non ha neanche cercato di impietosire i giornalisti, semplicemente si è mostrato a loro, così com’era. Così come ha sempre fatto, sia sul campo che fuori, da che era un ragazzino fino ad oggi, uomo adulto, sposato e padre di due figli. Ad Andy non è mai interessato piacere a tutti e non si mai preoccupato di non dire certe cose per paura di offendere qualcuno.

In questo, lo scozzese si è dimostrato fondamentalmente diverso dai suoi tre amici/nemici. Federer ha fatto dell’ecumenismo il suo stile di vita ed è talmente terrorizzato dal far arrabbiare qualcuno che evita accuratamente di esprimere opinioni su qualunque argomento; Nadal per anni non ha avuto neanche l’inglese sufficiente per dire qualcosa di più di ‘I will try my best’ e seppur migliorato, spesso ha palesemente indossato una maschera; Djokovic, che invece anela più di ogni altra cosa il riconoscimento e l’affetto del pubblico, ha fatto di tutto negli anni per arruffianarsi giornalisti e tifosi, con risultati piuttosto scadenti e quasi opposti a quelli ottenuti sul campo.

Andy no. Sul campo ciondolava, urlava, insultava il suo box, insultava se stesso, si prendeva a racchettate, enfatizzava i suoi malanni salvo poi correre fino allo sfinimento e non di rado si è preso pure dei fischi. Fuori dal campo non si preoccupava di fare lo spiritoso, pur essendo dotato di uno splendido e caustico sense of humor, o di curare la propria immagine; splendida in questo senso fu la foto postata su Twitter qualche Natale fa, in cui si mostrava seduto su una sedia, con un orrendo maglione natalizio, un piattino vuoto tra le mani, l’aria stravolta, la barba incolta e i capelli spettinati.

Un uomo sì, con pregi e difetti, ma con dentro una forza enorme e un cuore gigantesco. Un guerriero che lottava fino all’ultima stilla di energia, capace di rialzarsi dopo cadute dolorosissime, sconfitte rovinose e critiche spietate; dotato di talento e di una sopraffina mente tattica, per troppi anni Murray ha giocato un tennis troppo speculativo e fondamentalmente noioso, soprattutto nei primi turni degli Slam, in cui era capace di trascinarsi in lunghe agonie di quattro o cinque set contro avversari di gran lunga inferiori.

C’è voluto l’intervento di un suo omologo dei tempi andati: anche lui fortissimo, con un carattere spigoloso e poco incline ai compromessi, totalmente indifferente all’intensità degli applausi del pubblico e con la fama dell’eterno perdente di successo. Ivan Lendl gli ha rafforzato un diritto spesso poco incisivo, aumentato la pericolosità della seconda di servizio, convinto a giocare un tennis più offensivo e soprattutto instillato in lui il pensiero che ce la poteva fare. Ce la poteva fare, pur sopportando l’enorme pressione del popolo britannico, soprattutto a Wimbledon, dove la vittoria non gli era stata richiesta, ma pretesa. Murray è stato capace di vincere per due volte il torneo di tennis più importante del mondo, scrollandosi dalle spalle le sconfitte e rispedendo al mittente le critiche.

In un’era caratterizzata dalla presenza dei tre giocatori più forti della storia è stato in grado di vincere tre Slam, due medaglie d’oro olimpiche in singolare, un Masters di fine anno, una Coppa Davis, 45 tornei Atp e diventare numero 1. E anche se è stato definito il Ringo Starr dei Fab Four, spesso con intento dileggiatore, la sua eredità e ispirazione sono segnanti, in particolare per i giovani britannici che hanno ritrovato un modello e per le tenniste, a cui ha spesso dedicato attenzione, passione e iniziative, chiaro retaggio di mamma Judy, sua prima maestra e tifosa.

Peccato che, proprio per quella eterna rincorsa a quelle tre divinità, Andy l’umano ha sottoposto il suo fisico a sforzi erculei, fino a portarlo alla consunzione.

Non un dio, non una leggenda, non un‘icona, non una star, ma solo un campione straordinario, un uomo eccezionale e un guerriero che, alla fine, stremato da troppe battaglie, depone le armi.