Perché la nuova Coppa Davis è un altro passo verso la globalizzazione apolide

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La nuova Coppa Davis

In un mondo ideale, sport e politica dovrebbero essere due rette parallele che non si incontrano mai. Viviamo però in un mondo estremamente lontano da quello ideale e quindi ci tocca fare i conti con i negativi risvolti delle decisioni prese dall’alto, non più solo nella nostra vita sociale ed economica, ma anche nello sport.

Il tennis è sempre stato lo sport internazionale per eccellenza e anche questo fa parte del suo imperituro fascino.

Il ‘900 è stato il secolo della localizzazione, in senso sociale e politico, ma anche in ambito sportivo. Nel tennis abbiamo avuto le scuole di gioco immediatamente riconoscibili su basi tecniche e attitudinali, le superfici dei campi, l’architettura degli impianti, la tipologia di pubblico e così via.

Il nuovo millennio è invece l’era della delocalizzazione, un concetto estesosi dall’economia a tutti i campi della vita civile. La delocalizzazione nel tennis è partita con la standardizzazione delle superfici, con la conseguente sparizione degli specialisti e la proliferazione degli ‘all court players’, giocatori tutti uguali che giocano nello stesso modo a prescindere dal campo che hanno sotto i piedi e dell’avversario che hanno davanti. È poi proseguita con l’evoluzione dei materiali, che ha uniformato lo stile di gioco e il fisico dei giocatori ed è stata perfezionata nel progressivo trasferimento ad oriente di tornei per un pubblico con poca passione e nessuna tradizione.

Rimaneva un ultimo baluardo, uno scoglio nel mare, una macchia nera in un mondo bianco. La Coppa Davis. La Coppa Davis era la celebrazione della localizzazione: i match in casa, la superficie scelta dal capitano, il pubblico, le sensazione uniche dei giocatori di sentirsi parte di un qualcosa più grande, l’orgoglio di rappresentare il proprio paese, che per quei giorni faceva passare in secondo piano i soldi, i punti, il ranking e i traguardi personali.

Potrà sembrare retorico o eccessivamente nostalgico, ma la Coppa Davis non era solo un giocatore contro l’altro. Era una nazione contro l’altra, un pubblico contro l’altro, una scuola contro l’altra, una cultura contro l’altra. Ed era nata prima ancora che i Mondiali di calcio fossero anche un’ipotesi e che le Olimpiadi includessero gli sport a squadre. Era il retaggio di un mondo antico, per molti superato, per altri foriero di valori importanti, che ormai si stanno perdendo.

Era perfetta? Ovviamente no.

Aveva dei grossi difetti: era difficile da seguire con quei turni dilatati in svariati mesi; il concetto di promozione e retrocessione dal World Group era cervellotico; i gruppi zonali erano poco più che dei tornei da circolo; un giocatore molto forte poteva vincere la competizione quasi da solo; i Top Player la giocavano a singhiozzo, a seconda di esigenze pratiche (eleggibilità per le Olimpiadi), di convenienza (avere compagni di squadra sufficientemente forti per avere chance di vincerla) o economiche (l’ingaggio che la Federazione era disposta a sborsare). Tutto vero. La Coppa Davis doveva essere rinnovata e ringiovanita. L’anima della competizione però non doveva essere svuotata, o meglio svenduta in questo modo, perché anche negli ultimi anni di mediocrità era stata capace di regalare emozioni uniche, come la rimonta della Russia in Francia nel 2002, la vittoria di Troicki su Llodra a Belgrado nel 2010, la coppia Berdych-Stepanek capace di vincerne due di seguito (2012-2013), la palla corta di Federer nel 2014, il miracolo di Andy Murray nel 2015, l’anelato trionfo argentino nel 2016, le 6 ore e 42 minuti tra Leonardo Mayer e Joao Sousa.

Tutto questo adesso verrà archiviato nel bagaglio dei ricordi, speditoci a forza dalla Kosmos Holding, la compagnia fondata e presieduta dal calciatore del Barcellona Gerard Piqué e finanziata da Hiroshi Mikitani, CEO della Rakuten, colosso tech giapponese, nonché uno dei main sponsor della squadra catalana.

Proprio la Catalogna è l’espressione di quella globalizzazione comprata col denaro: dopo aver votato un referendum e mosso mari e monti, hanno fermato il processo di indipendenza non appena qualche banca ha minacciato di lasciare la Regione.

La Kosmos è stata la forza propugnante della riforma ed elargitrice di quella gran quantità di soldi che è stata decisiva per la votazione di Orlando. La più antica e grande competizione annuale internazionale nel mondo è stata distrutta da una compagnia che “sta costruendo un portfolio globale di sport, media ed iniziative di intrattenimento, facendo leva su strategiche sinergie attraverso forme di contenuti, piattaforme, tecnologie e geografia”.

Il nuovo format della Coppa Davis

Il nuovo format prevede un turno di qualificazione in febbraio in cui 24 squadre giocheranno match casa-trasferta (gli unici rimasti). Cinque partite come nei tie ante riforma, ma in due giorni ed al meglio dei tre set: venerdì i primi due singolari, sabato si inizia col doppio e si chiude con gli altri due singolari. Le 12 squadre vincitrici prenderanno parte alla fase finale – il lungo festival del tennis (così piace definirlo agli organizzatori…) che si giocherà a novembre ovviamente in unica sede stabilita precedentemente (Madrid ospiterà la prima edizione) – e si andranno ad aggiungere alle 4 semifinaliste dell’anno precedente che non avevano giocato il turno di febbraio, più due nazioni beneficiarie di una Wild Card. Le 18 squadre ammesse alla fase finale saranno divise in sei gironi da tre squadre: si sfideranno in tre partite (due singolari e un doppio), ancora al meglio dei tre set. Le squadre vincitrici dei gironi e le due migliori seconde si qualificano per la fase ad eliminazione diretta: quarti di finale, semifinali e finale che si giocheranno secondo le medesime modalità.

Ci sono tante di quelle cose sbagliate in questo formato che non riusciamo neanche ad elencarle tutte, senza dimenticare l’infausto periodo di collocazione (praticamente in piena off-season) e il montepremi neanche così generoso (un giocatore della squadra vincente dovrebbe incassare circa 800.000 dollari, meno di quanto si guadagna vincendo un Master 1000 e briciole per i primi 4 o 5 giocatori del mondo).

La cosa più grave però è quel totale sradicamento della rappresentanza nazionale: giocare un match al meglio dei 5 set davanti al proprio pubblico è un’emozione che può esaltare o distruggere un giocatore, ma rimane comunque un’esperienza unica. Giocare un match al meglio dei 3 set in una sede neutra davanti ad un pubblico indifferente, rende la competizione simile a qualunque altro torneo o ancora peggio molto vicino ad un’esibizione senza logica. Tennisti e spettatori non proveranno niente; non ci sarà orgoglio nazionale da difendere, un popolo da esaltare o ammutolire, sensazioni da trasmettere o storie di sport da scrivere. Sarà solo business.

La distruzione della Coppa Davis è un ulteriore passo verso la sempre più evidente logica del turbocapitalismo mondialista di distruggere ogni brandello di cultura e tradizione, di sentimento nazionale, di coinvolgimento popolare per la propria storia. Una macchinazione precisa e incessante che punta ad affievolire ogni sentimento patrio per giungere ad un unico e anonimo stato composto da consumatori indifferenziati senza radici.

Purtroppo l’elite apolide e globalista è come una piovra che estende i suoi tentacoli su tutto: è arrivata anche nel nostro sport, che pezzo per pezzo sta perdendo la sua identità primigenia in virtù dell’uniformazione più grigia.